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Scuola

Discipline STEM: le donne sono meno portate degli uomini?

Le donne si laureano in media più degli uomini, con un rapporto che si avvicina al 60 a 40. Eppure solo una minoranza si dedica alle discipline Stem.

A fronte di una media Ue di circa 21 laureati Stem ogni 1.000 giovani tra 20 e 29 anni, le laureate sono solo 14,9. Il dato dei maschi è quasi doppio: 27,9. Un divario presente in misura variabile in tutti gli stati dell’Unione.

Nel nostro paese, il dato medio dei laureati (di entrambi i sessi) è più basso: 16,4 laureati in discipline scientifiche ogni mille giovani residenti. La quota di laureati Stem tra i maschi sale a 19,4, quella delle laureate si attesta al 13,3, con circa 6 punti di distacco.

Anche in Italia, i dati mostrano una sistematica sottorappresentazione delle donne nei gruppi disciplinari afferenti alle materie Stem. Nel 2019 i laureati in ingegneria sono stati per quasi 3/4 uomini, ma anche in altri percorsi scientifici le laureate sono state meno del 30% del totale.

In generale, la quota di laureate tende a crescere soprattutto nei percorsi più affini ad attività di cura e educative. Sono donne il 71,4% dei laureati nelle professioni sanitarie (mentre la quota scende al 54,6% tra i laureati in medicina), l’81,1% dei laureati in psicologia e addirittura il 93,9% nell’ambito dell’insegnamento. Sono solidamente più dei 2/3 dei laureati in discipline umanistiche e nel campo politicosociale.

Se le donne si dedicano meno alle discipline Stem, la disparità di genere è destinata ad aumentare

In Italia, i ragazzi ottengono risultati migliori delle ragazze in matematica di 16 punti, tale divario è più ampio rispetto a quello riscontrato in media nei paesi Ocse (5 punti). – Ocse-Pisa

Le donne sono relegate alla cura della persona anche in ambito lavorativo e ciò ha conseguenze molto gravi sulla disparità di genere, dal momento che le discipline Stem offrono in genere possibilità di carriere meglio retribuite e quindi maggior stabilità economica. La lotta per la parità di genere non può quindi ignorare questo divario, motivo per cui il PNRR “con la dotazione di 1,1 mld di euro si pone l’obiettivo di garantire pari opportunità e uguaglianza di genere, in termini didattici e di orientamento, rispetto alle materie STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), alla computer science e alle competenze multilinguistiche” interessando tutti i cicli scolastici.

Questione di genetica o di propensione? Niente affatto

Questo evidente divario tra maschi e femmine non può essere ridotto a una semplice questione di preferenze o propensioni personali. La sottorappresentazione delle studentesse nei percorsi Stem spesso non è che l’esito di condizionamenti sociali e familiari che agiscono fin dall’infanzia. Spesso involontari, acquisiti inconsapevolmente, ma purtroppo altrettanto radicati. A questa conclusione è giunta anche l’indagine Ocse-Pisa:

i divari di genere nei risultati accademici non sono determinati da differenze congenite nelle capacità individuali. L’azione concertata dei genitori, degli insegnanti, dei responsabili delle politiche dell’istruzione e dei leader di opinione è necessaria per consentire ai ragazzi e alle ragazze di sviluppare pienamente il loro potenziale e di contribuire alla crescita economica e al benessere della società in cui vivono.

I genitori  ritengono più facilmente che i figli maschi intraprenderanno una carriera in campo scientifico, tecnologico, ingegneristico o della matematica rispetto alle figlie femmine. E questo anche a parità di voti nelle discipline Stem e, a riprova di come certi stereotipi siano radicati nella società, tale convinzione riguarda in primis le madri. Non si tratta di un meccanismo consapevole: fin da quando sono piccoli, i genitori tendono a dare ai figli maschi spiegazioni scientifiche più complesse che non sono previste per l’altro sesso.

I pregiudizi influenzano anche la valutazione scolastica

Tali preconcetti non si limitano alla famiglia, ma condizionano la valutazione scolastica, anche in materie apparentemente oggettive come la matematica: è quanto emerso dal nuovo studio pubblicato sul National Bureau of Economic Research. I ricercatori hanno studiato tre gruppi di studenti, dalle scuole elementari fino alla fine della scuola dell’obbligo. Ogni studente sosteneva due esami, uno con valutatori esterni (i quali non conoscevano il nome del candidato, e quindi il suo genere sessuale) e l’altro con insegnanti che conoscevano i loro nomi. I risultati indicavano che, riguardo la matematica, le bambine ottenevano voti più alti rispetto ai ragazzi ma soltanto all’esame “anonimo”. Al contrario, quando il valutatore conosceva l’identità dello studente, i bambini ottenevano voti più alti. Questo fenomeno non si verificava per altre materie, come inglese o letteratura. I ricercatori concludono quindi che gli insegnanti delle scuole elementari tendono a sottostimare le abilità matematiche delle bambine e a sovrastimare le abilità dei loro colleghi maschi. A valutare gli studenti erano tutte donne, a ulteriore dimostrazione di quanto i pregiudizi di genere siano radicati nella mentalità di ciascuno.

Come diretta conseguenza delle basse aspettative nei confronti delle bambine, queste sono più fortemente scoraggiate a praticare discipline Stem, giungendo quindi a divari sempre più ampi con l’altro sesso con l’avanzare degli studi.

Fonti:

Stem, una sifda per l’Italia di Openpolis

In Focus n. 49, Ocse-Pisa

Parents’ math–gender stereotypes, children’s self-perception of ability, and children’s appraisal of parents’ evaluations in 6-year-olds 

http://bolognapsicologo.net/blog/la-matematica-non-e-materia-per-donne-i-pregiudizi-inconsci-degli-insegnanti/