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G come G8 e Genova. Parola d’ordine: violenza. La testimonianza di chi c’era

Come ogni anno, il 20 e il 21 luglio, Genova si risveglia con i ricordi indelebili della violenza subita.

La città è stata teatro di una guerra urbana, senza precedenti, semplicisticamente, ma forse a ragione, ridotta a due grandi schieramenti opposti: lo stato con il suo esercito (polizia e carabinieri) contro i manifestanti (no global e semplici persone attive politicamente). Sul G8 sono stati consumati litri e litri di inchiostro e sono stati montati filmati, documentari e film eppure la sensazione è sempre quella che non se ne sia discusso abbastanza.

Diversi sono i pensieri che affollano la mente di coloro che quei giorni li hanno vissuti sia in maniera diretta (sulla pelle con le botte e le cariche delle forze dell’ordine) che indiretta (al sicuro nelle proprie case con la tv sintonizzata su Primocanale che trasmetteva le riprese della distruzione della città), ma in tutti affiora il clima pesante di violenza e di repressione che alimentò la carneficina sin dai giorni precedenti l’inizio del summit: grate, divisioni, cancelli e divieti (come quello di non stendere indumenti alle corde dei balcone e delle finestre in nome del decoro).

Riassumere tutto quello che è stato il G8 a Genova è impossibile

ma le testimonianze sono importanti veicoli di informazione oltre che di memoria. La mia storia sicuramente è comune a quella di molti altri miei coetanei. Diciassette anni fa, nei giorni di G8, ero una adolescente di 15 anni (16 a dicembre) come tante con una fortissima passione per la storia dell’arte, vestita in modo eccentrico, che ascoltava punk rock, grunge, jazz, musica classica e reggae e che frequentava il Liceo Artistico Niccolò Barabino in pieno centro città. Era il 2001 e più precisamente erano anni in cui si faceva e si parlava di politica (in casa, con gli amici, nei luoghi di aggregazione giovanile e a scuola), si respirava un clima di speranza, di idee nuove e in cui si scendeva in piazza per manifestare. Erano anni nei quali ci si indignava ancora e si combatteva per difendere i propri diritti.

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Fonte: skytg24

Poi ci sono stati il G8, l’uccisione di Carlo, le violenze, le repressioni alla Diaz e a Bolzaneto. Si può affermare che con i cosiddetti “fatti di Genova” tutto sia cambiato e che ci si sia avviati verso “l’inizio della fine” su più fronti: quello umano e quello politico. Il 19 luglio, il primo del ciclo di proteste, fu un inizio pacifico tanto che il corteo dei migranti fu una grande festa in cui ognuno di noi si sentiva parte di un corposo movimento tenuto saldo dalla condivisione degli stessi ideali e dalla convinzione che uniti si potesse cambiare la storia, in positivo. I giorni successivi lo scenario cambiò e iniziò l’escalation di violenza. I presupposti d’altronde fin da subito non erano stati dei migliori.

Ricordo ancora tutto di quel periodo: le polemiche su Genova blindata e disseminata di cancelli, la divisione in zone rosse e gialle, la protesta dei panni stesi in Piazza Matteotti, gli anziani che bagnavano i contestatori dalle finestre e dai balconi, gli abitanti della zona della Foce solidali con i manifestanti (tanto che offrirono loro riparo e acqua durante le repressioni selvagge), le immagini surreali trasmesse in TV, il caldo torrido, il fumo dei cassonetti bruciati e dei lacrimogeni della polizia, il rumore dei manganelli sulle ossa e le conseguenti urla di dolore, l’impotenza davanti alla propria città violentata e violata, il divieto (per me bruciante) di mamma di partecipare (dopo quella dei migranti) alle manifestazioni (alle quali avrei voluto prendere parte i giorni successivi). La sua fu una scelta saggia soprattutto alla luce delle notizie di amici e parenti presenti in piazza di tafferugli, violenze indiscriminate e specialmente dopo le riprese e le foto di un ragazzo, morto, sull’asfalto.

Tutto sembrava così irreale

Le immagini rimandavano a quelle di una guerra, su più fronti. Non era un film, purtroppo era tutto vero e non ci sono stati solo danni materiali a cassonetti, banche, McDonald e vetrine, ma ci sono state torture, lesioni gravi e violenze su persone che erano scese per le strade di Genova per manifestare pacificamente il loro dissenso. Quanto accaduto a Genova, in quel luglio caldo di diciassette anni fa, è stato una ferita per tutti e in primis per la nostra società in termini di violazione dei diritti fondamentali e delle libertà personali ed è stato l’inizio di una nuova era di menzogne e violenze fisiche, psicologiche e mediatiche ai danni dei cittadini non solo italiani, ma europei e del mondo. I “fatti di Genova” sono terminati e sono ancora vergognosamente “aperti” e impuniti.

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Fonte: ww.radiopopolare.it

Tutto questo è scandaloso e inammissibile per uno stato che si professa democratico e civile. Quello stesso stato che si è reso complice delle violenze, degli abusi e degli sfregi fisici e morali su persone inermi. Il G8 sembra aver anestetizzato le coscienze, gli animi, il fermento politico e aver eliminato ogni forma di contestazione ragionata, sentita e partecipata. Ha reso le persone più vuote, egoiste, irrispettose e superficiali. È assurdo che sia accaduto questo perché per reazione si sarebbe dovuti essere più agguerriti, più combattivi, più inorriditi e meno disposti ad accettare compromessi. I ragazzi della mia generazione e di quella prima sono rimasti segnati dai “fatti di Genova”.

È come se avessimo preso un treno per la civiltà, la difesa dei diritti umani e la conservazione delle coscienze individuali e ci fosse stato detto di scendere, in maniera violenta e disumana. Purtroppo siamo stati costretti a subire pagandone poi un prezzo troppo alto. Non a caso tante speranze sono morte insieme a noi in quei giorni di guerra urbana ideata e messa in opera dalla politica. Genova, oggi, per molti non è più G8 (e per altri non lo è mai stata) quando tuttora dovrebbe esserlo ancora e più che mai perché la memoria non dovrebbe mai andare persa (soprattutto per i posteri) anche se il G8, per quanto è stato e ha rappresentato, al momento “brucia” esattamente come allora. Perché si sa una ferita aperta, come questa, fa sempre male.

Ricordare per non dimenticare i “fatti di Genova” nel 2001. Io c’ero e non lo scordo e voi?

Valentina Isola

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