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Smart working: basta terrorizzarci con l’immagine di Susan

In questi giorni sta facendo molto discutere lo studio americano di Directapply sugli effetti negativi dello smart working

Secondo il team di ricercatori che ha condotto lo studio, le conseguenze dello smart working sulla salute fisica e mentale sarebbero devastanti. Esse sono visibili su Susan, la rappresentazione computerizzata di chi lavora per 25 anni in smart working. Occhi arrossati, infiammati e asciutti, problemi di obesità, problemi di calvizie, ferite recidive dovute alla continua azione del digitare sui tasti, spalle arrotondate e gobbe. Un catorcio umano, insomma. Per il team “mentre il pendolarismo da letto a scrivania può consentire più tempo libero e indipendenza, le ripercussioni fisiche per la tua mente e il tuo corpo ne varranno la pena in futuro?”

Ma è davvero così attendibile questo studio? Rilanciato anche dai giornali italiani con titoli catastrofici come “Ti piace lo smartworking? Ecco come diventerai” (Tgcom 24), appare un po’ troppo semplicistico. I problemi agli occhi e la scorretta postura sono dovuti alle molte ore seduti davanti al pc: ma a casa o in ufficio non cambia assolutamente nulla.

Forse la tastiera del computer di casa è fatta con gli spilli mentre quella in ufficio di soffice piuma: solo questo spiegherebbe le “ferite recidive dovute alla continua azione del digitare sui tasti” per chi fa smart working. Anche l’obesità è la conseguenza di uno stile di vita sedentario, ma questo è vero tanto a casa quanto in ufficio. Anzi, come detto quasi sottovoce dal team, proprio lo smart working consente di avere più tempo libero. Tempo che non viene sprecato sui mezzi pubblici o nel traffico cittadino (con risparmio di una grande quantità di stress) e che può essere impiegato in maniera migliore.

Basta demonizzare il lavoro da casa

Lavorando da casa, si può preparare il pranzo in casa anziché mangiare cibo spazzatura per strada, fare esercizi e attività fisica. Forse Susan è rimasta ingobbita sulla scrivania per 25 anni, ma quello è colpa sua e non di certo dello smart working.

La quarantena dovrebbe averci insegnato che è possibile vivere in un altro modo, che possiamo uscire dalle nostre gabbie mentali. Eppure questa conquista sembra spaventare molti. Non si tratta della povera Susan e di voler preservare la sua salute, bensì di soldi, come sempre. Per Aldo Cazzullo, in Lo dico al corriere del 3 luglio, il lavoro da remoto non deve sostituire quello in presenza per un fatto di socialità, che non si può limitare “agli aperitivi e alla movida”. Ma non è soltanto questo:

C’è poi l’aspetto legato all’edilizia, ai servizi, ai bar e ristoranti, ai luoghi rimasti desolatamente vuoti in questi mesi. Se da una parte negli ultimi anni si è talora esagerato in gigantismo, dall’altra non possiamo trasformare i nuovi quartieri in monumenti all’inutilità.

Osservazioni simili sono state avanzate anche dal sindaco di Milano Beppe Sala, per il quale lo smart working non può essere considerata la normalità:

Capisco che c’è una necessità di smart working, però, di nuovo, non consideriamola normalità. Se dovessimo considerarlo normalità dovremmo ripensare interamente la città e ripensare la città richiede tempo.

Il problema è proprio questo: l’incapacità, o il terrore, di dover immagine un modo di vivere diverso. Da qui gli attacchi indiscriminati contro lo smart working.

La vita di molti lavoratori potrebbe migliorare

Ovviamente il telelavoro non può essere praticabile per tutti i tipi di lavoratori, ma ricordare che esiste può essere molto utile. Potrebbe lavorare da casa il genitore che non sa con chi lasciare il figlio ammalato, o chi soffre di attacchi di panico, per il quale il tragitto casa-lavoro provoca uno stress eccessivo. Potrebbe evitare di andare in ufficio la donna incinta, in modo da portare avanti la propria gravidanza in tutta tranquillità. Ma di esempi ce ne sarebbero molti altri.

Le situazioni in cui lo smart working potrebbe migliorare il modo di lavorare, e quindi di vivere, di migliaia di persone sono davvero tante. Basta demonizzarlo. E basta terrorizzarci con l’immagine di Susan. Immagine, infine, bisogna dirlo, con una grafica obsoleta e ai limiti del ridicolo.