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Genova, “cosa ci facevate voi due ragazze in centro a mezzanotte?” come la polizia difende le vittime di catcalling

Complimenti non desiderati e minacce

Mercoledì sera Vanessa stava camminando in via XX Settembre (Genova) con una sua amica quando due uomini, dall’altro lato della strada, hanno rivolto loro complimenti non desiderati come “belle”, arrivando poi a vere e proprie minacce come “attenti al lupo”. Si chiama catcalling e se qualcuno pensa “ma cosa c’è di male nel ricevere complimenti”, certamente non è donna e non si è mai trovata da sola in una strada deserta con il terrore che dai “complimenti” si potesse passare alla violenza.

Vanessa ha raccontato la sua paura con un post su Facebook, che ha avuto più di duemila condivisioni:


Abbiamo accelerato il passo trovandoci appunto sole in quel momento, al ché questi due hanno attraversato la strada per raggiungerci, noi abbiamo girato l’angolo e abbiamo iniziato a correre mentre questi due ci inseguivano sempre urlandoci dietro cose.
Ci siamo nascoste quindi in un portone sperando di non essere viste dai due e non appena abbiamo visto passare un ragazzo siamo uscite e abbiamo iniziato a camminare vicino a lui per allontanarci.
I due ci hanno viste e hanno urlato “brave furbette, tanto ci vediamo in giro!”.

E se..?

Fortunatamente, grazie al passaggio di un ragazzo, non è successo nulla. Ma quante volte accade diversamente? Lo stesso si è domandata Vanessa:

E come al solito penso, questa volta ero con un’amica e grazie alla presenza di un ragazzo che passava di lì siamo riuscite a scamparla.
Ma se fossi stata io o fosse stata lei sola?
Se fosse stata una delle mie sorelle o qualsiasi altra giovane ragazza?
Cosa avrebbero fatto questi due esseri (perché definirli uomini mi pare inadeguato) se ci avessero raggiunte?

Per l’ennesima volta mi viene ricordato che in quanto donna, girando sola per la mia città di sera non posso sentirmi tranquilla, devo stare “attenta al lupo”.

Se sei donna è sempre colpa tua

Quella di Vanessa e della sua amica è purtroppo una storia comune, come se ne sentono tantissime tutti i giorni. Abbiamo però deciso di raccontarla per quello che è successo dopo: Vanessa non si è limitata a denunciare l’accaduto sui social, il giorno seguente si è anche rivolta alle autorità competenti, sperando che almeno visionassero le telecamere della zona (si tratta di una delle vie principali di Genova, ricca di negozi).

catcalling
Vanessa

Ma vuoi davvero sporgere denuncia per questa cosa? Vabbè ti hanno minacciata ma erano minacce semplici” è quanto si è sentita rispondere mentre ha provato a raccontare brevemente l’accaduto a un poliziotto. Al suo tentativo di richiedere il controllo delle videocamere di sorveglianza se ne è andato a parlare con un’altra persona, perché “alla fine facevano solo gli idioti, vi tacchinavano”. Solo la poliziotta che si trovava insieme a lui si è mostrata solidale con Vanessa, spiegando che purtroppo non accolgono quasi mai questo tipo di minacce verso ignoti e che avrebbe fatto meglio a fare un esposto presso il Commissariato Centro di Piazza Matteotti.

Sentirsi “un’idiota” per aver denunciato il catcalling

Vanessa non si lascia scoraggiare: “insisto per farmi sentire, di nuovo attesa. Nel frattempo tremavo di rabbia e mi sentivo una completa idiota, la mia amica anche lei basita e incredula, oltre che davvero irritata”. Parla con un altro poliziotto, ma il suo comportamento risulta ancora più inadeguato e sessista: “Beh innanzitutto cosa ci facevate voi due ragazze a mezzanotte in centro? Cazzeggiavate?”. Perché a due ragazze di vent’anni non è consentito camminare di sera senza avere il terrore di incorrere in brutti incontri?

Vanessa cerca di proseguire il suo racconto a un poliziotto innervosito che, tra un’imprecazione e l’altra, le risponde: “Voi giovani volete fare i fighi, uscire la sera e andare in Piazza delle Erbe, poi venite qui a lamentarvi”; “Spendete tanti soldi in cazzate, compratevi uno spray al peperoncino, al massimo vi fate un processo per averlo usato contro qualcuno ma almeno non vi trovate la pelle di qualcun altro addosso”; “Voi fate sempre di testa vostra, cercate di fare il nostro lavoro”. Quando Vanessa gli chiesto delle videocamere di sorveglianza, quasi ridendo ha detto che “non funzionano quasi mai e i video spesso vengono cancellati”, quindi che non avrebbe nemmeno chiesto di visionarle.

Mentre Vanessa era pietrificata per quanto sentito e quasi scoppiava in lacrime, l’amica che l’ha accompagnata in questura ha reagito chiedendo “ma quindi visto che siamo ragazze se usciamo la sera e succedono queste cose è colpa nostra? Non dobbiamo più far vita per paura?”. Sì, purtroppo va così.

Dare voce alle vittime di catcalling

catcalling

Vanessa ha deciso inoltre di registrare un video nei prossimi giorni dando voce alle altre vittime di catcalling. Con un post su instagram ha invitato le altre donne a raccontarle le molestie subite a qualsiasi ora del giorno e della notte, della paura che si prova a girare da sole per strada. Alcune delle testimonianze verranno lette, in anonimato, durante il video.
Se le autorità non fanno nulla contro il catcalling, dobbiamo pensarci noi.