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“Amianto tra le macerie del ponte Morandi” denuncia dei Vigili del Fuoco

Tracce di amianto tra le macerie del ponte Morandi

A denunciarlo con un video, inviato a La Repubblica, è Costantino Saporito, Coordinatore Nazionale del Sindacato USB dei Vigili del Fuoco. Nel filmato, girato il 27 agosto, vicino al pilone crollato ci sono pezzi di cemento sospetto.  “È amianto, me lo ha confermato un tecnico del Nucleo specializzato in sostanze pericolose che lavorava insieme a me”, ha ribadito il sindacalista. Per Saporito l’amianto trovato non farebbe parte del ponte, ma proverrebbe dai magazzini dell’AMIU che sono stati schiacciati dal crollo.

La presenza di amianto in seguito a un crollo non deve apparire anomala. Fino agli anni ’90 infatti non era ritenuto nocivo e, proprio grazie al nome di Eternit, aveva ottenuto un grande successo: era usato per tetti, frigoriferi, stufe e persino per le maioliche. Era considerato immortale. E Genova non è nuova alle denunce della sua presenza. “Eppure – ha precisato il sindacalista al blog Senza maschera – tutti si nascondono dietro a un dito”. Perché l’amianto non è pericoloso se intatto, ma lo diventa in caso di crollo, come avvenuto a Genova.

Le procedure di sicurezza in caso di amianto esistono, ma non vengono applicate

Non sono state applicate per il ponte Morandi, né per Amatrice, dove erano visibili cumuli di questo materiale. Perché?

La loro applicazione incide solo sull’eventuale morte di qualcuno e, verificando il rapporto qualità/prezzo, non conviene. Inoltre le conseguenze dell’amianto non sono immediate, ma si protraggono nel tempo, per cui chi l’ha respirato non si ammalerà domani, ma tra 30 anni. E tra 30 anni nessuno si ricorderà più del ponte Morandi e di chi ha lavorato per rimuovere le macerie.

Arpal ha cercato di tranquillizzare il sindacato parlando di normale cemento, ma Saporito non ne è convinto:

Noi dei Vigili del Fuoco abbiamo visto e documentato la presenza di amianto, del resto già registrata precedentemente. L’Arpal ha dichiarato che non si tratta di amianto, ma non l’ha dimostrato. Per fare i controlli sono necessarie particolari condizioni, come l’assenza di ventilazione, impossibile in questo caso. Inoltre nessuno sul luogo ha visto l’elettroaspiratore necessario per la campionatura, eppure è una procedura che richiede tempo e non passa inosservata. È facile nascondersi e così ci si ammalerà di mesotelioma.

L’unica certezza è la mancata applicazione del protocollo di sicurezza, indispensabile ancor prima di verificare l’eventuale presenza del materiale cancerogeno. Una precauzione che raramente viene rispettata e così gli operatori, 118 e pompieri in primis, subiscono. E quando si scava a mani nude per salvare vite umane, l’esposizione è alta. Così come per la demolizione e la rimozione dei detriti. Ad essere a rischio però è anche la popolazione genovese, a causa degli elementi atmosferici, ad esempio il vento, che possono trasportare le polveri, ma anche per lo spostamento delle macerie. Infatti:

È risaputa la pericolosità che comporta il trasporto dei detriti dalle polveri di amianto, che se non trattate con la giusta precauzione possono inquinare area intere della città. Con effetti deleteri per la popolazione.

La demolizione e la ricostruzione

Il Presidente della Regione Liguria Giovanni Toti ha promesso ieri la demolizione della parte restante del ponte in 30 giorni. Per il sindacalista non si deve pensare soltanto alla velocità, perché “Ponte Morandi è responsabilità della politica, e adesso devono fare le cose per bene, per una volta. Ora sembra che l’unica cosa importante sia rifare. Ma come? Bisogna sì rifare, ma con i tempi e le modalità giuste“. Applicare le procedure previste in caso di amianto e rispettare la scadenza dei 30 giorni è possibile, a condizione di aumentare gli uomini coinvolti nei lavori.

Costantino Saporito lascia infine un ammonimento:

Non si può dimenticare tutto una volta che il ponte è stato ricostruito; questo crollo deve insegnarci che qualcosa può e deve cambiare per la salvaguardia del territorio. Già due anni fa USB aveva denunciato proprio a Genova la fragilità delle infrastrutture, ma non è servito a nulla. Perché in Italia non si procede finché non ci sono i morti. Non si può rimanere un paese di tragedie annunciate, in cui è solo questione di tempo prima che una paura diventi realtà.

Camilla Gaggero